Blog

Lattest News Aroud Business

donne e lavoro

Donne al Lavoro: sfide, progresso e politiche di inclusione aziendale

Quando la donna è entrata nel mondo del lavoro?

Durante la Seconda guerra mondiale, quando gli uomini erano al fronte, molte donne sono entrate nel mondo del lavoroun po’ di forza, per sostituirli. Questo ha permesso loro di esprimere delle competenze che neanche pensavano di avere, e questo è stato il loro dono alla patria. Quando sono tornati gli uomini dalla guerra, molte donne sono tornate a casa, nel ruolo di mogli e madri, anche perché questa rinnovata “fame di famiglia” aveva all’epoca il senso di bilanciare le migliaia di morti dovute alla Guerra. Ci sono voluti molti anni perché le donne rientrassero nel mondo del lavoro, e ciò è storicamente avvenuto con il movimento femminista, nato dal desiderio di produrre reddito e autonomia, grazie anche allo studio e al desiderio di emancipazione. Tra questa due epoche vicine ma molto differenti, c’erano le madri di queste donne, che hanno aiutato ad allevare i bambini di queste femministe degli anni 70. Oggi e da una ventina d’anni circa, è sempre meno disponibile la figura della madre-nonna che aiuta le donne che lavorano. Allora o c’è l'alleanza, oppure ad oggi, le donne che lavorano e si appassionano al loro lavoro, se non hanno alle spalle un tessuto sociale o addirittura un’azienda che svolgano il ruolo che le nonne non possono più svolgere, le giovani donne rimangono in una impasse a danno dell’attività e delle singole realtà, nonché a danno dell’intera collettività: donne qualificate non possono lavorare o non possono avere figli, e questo comunque si ripercuote sulla loro vita e sull’intero contesto di appartenenza.

Con questo articolo vogliamo esortare la sensibilità del tessuto sociale e delle aziende sia familiari sia multinazionali, a tener conto di questa cosa.

Che difficoltà vivono le donne nel mondo del lavoro?

Nel tempo e nel corso degli anni ci son state svolte epocali nel mondo del lavoro al femminile, ma il lavoro delle donne è rimasto sempre molto faticoso, dai suoi esordi fino ad oggi.

In un servizio molto recente del TG2 Dossier intitolato “la fatica delle donne”, molte donne riferiscono grandi difficoltà a conciliare la vita lavorativa e quella familiare, soprattutto quando si parla di maternità. Molte delle loro storie parlano di fatica con i contratti, nelle assunzioni, nella difficoltà di poter lavorare part-time o in smart-working dopo la nascita dei figli. Questo chiaramente si ripercuote sulla loro vita professionale, ma non solo. Anche il contesto familiare diventa influenzato, e i “ruoli culturali” preimpostati e ormai dati per scontati non permettono alle donne di vivere serenamente, con il timore di trascurare sempre o l’una o l’altra cosa, o il lavoro o la famiglia. Tutte le donne nell’intervista ribadiscono l’importanza di assecondare i propri sogni e le proprie passioni, ma pongono sempre un monito: è veramente difficile. Le donne nel mondo del lavoro devono essere determinate, avere pazienza, spirito di adattamento.

Come vengono trattate le donne nel mondo del lavoro?

A proposito di donne e della loro fatica, c’è una significativa storia del passato che può farci riflettere anche sul presente. La storia di Carla Slaviero, sconosciuta ai più se non addirittura rinnegata. Maestra di Rozzo, comune di montagna, la Slaviero mise insieme un’amministrazione di sole donne in un momento buio del loro paese. Questo non le è stato perdonato, e nonostante siano passati 60 anni per la gente di lì si parla di “periodo buio” e si cerca di non ricordare, anche per chi l’ha vissuto. Chi coltiva la memoria di quella donna generosa e intraprendente è la nipote “nessuno aveva tramato perché le donne amministrassero Rozzo, aveva davvero passione per la politica”. Nel ’64 nessuno voleva candidarsi perché il paese ormai non era più finanziariamente “salvabile”: lei fu l’unica che lo fece. Le interviste dell’epoca agli uomini parlano di “una pillola amara” oppure commentano con “noi ci sentiamo umiliati, le donne hanno iniziato a darsi delle arie”. Toccò alle donne in questo periodo, sotto la direzione di Carla Slaviero, mettere delle tasse nuove, pur temendo di diventare impopolari “le donne non si fermano davanti a niente, e i risultati dopo anni sono stati ottimi”.

Insomma, in quel momento storico nel paese di Rozzo si ripeté la storia della guerra: tutti gli uomini avevano ritenuto ingovernabile la situazione. Così come nel tempo della guerra le donne occuparono TUTTE le aziende, anche qui in questo comune una donna si è fatto carico di riorganizzare un paese che “aveva perso la guerra”. Sorge a questo punto spontanea una domanda: dobbiamo sempre e per forza aspettare un fallimento o una catastrofe per aspettare che le donne abbiano una voce e un ruolo più incisivi?

Tutt’ora non è affatto scontata la presenza delle donne in politica. C’è ancora un distacco di ruoli, un vedere la figura maschile come più capace.

Per la prima volta nella storia della Repubblica abbiamo ora un premier donna (Giorgia Meloni), ma di fatto le ministre sono diminuite rispetto alle precedenti legislature è donna solo il 33% dei parlamentari, ma questa quota è ora per la prima vota in calo dagli anni dal ’90 ad oggi.

Uno studio del Gran Sasso Science Institute ci dice che è importante la rappresentanza femminile per la violenza di genere: lo studio dice che più sono presenti donne nei consigli comunali (dove si rivede la geografia degli stereotipi dei pregiudizi della comunità) più cala la violenza di genere e di femminicidi. Questa diminuzione si ha nei paesi in cui sono state introdotte le quote rosa, soprattutto appena vengono inserite le quote rosa. Perché questo dato è significativo, e ci interessa e riguarda anche nell’ambito di quest’articolo? Perché secondo l’ANSA, quasi metà delle donne vittime di violenza è economicamente dipendente dal partner. Questo ci fa doppiamente capire quanto, tenere le donne ai margini, stia diventando un problema per l’intera società.

Qual è la condizione delle donne nel mondo del lavoro in Italia?

In Italia quando si parla di lavoro femminile bisogna parlare di un limbo sociale, dove sono più di 44mila le donne con figli tra 0-3 anni che hanno lasciato il lavoro nel 2022. La motivazione nel 63% era proprio la difficoltà di conciliare lavoro e cura dei figli.

Ciò ha un impatto chiaramente sulla vita lavorativa, ma anche sull’intera comunità, perché ci sono talenti che non vengono sfruttati. Inoltre è fondamentale sottolineare che, col calo demografico, queste donne che non sono messe nelle condizioni di poter lavorare creano problemi di sostenibilità al sistema pensionistico.

Secondo le proiezioni la crisi demografica porterà nel 2040 una diminuzione del 10% della forza lavoro: è importante che le donne non vengano escluse dal mercato del lavoro. E invece, secondo le ricerche su vari paesi, in Italia i dati sono in drastico peggioramento.

Quali sono i principali ostacoli alla parità di genere nel mercato del lavoro?

Uno degli indicatori più evidenti di questo squilibrio, oltre al divario tra i tassi di occupazione tra i più alti in Europa, c’è il gender-pay-gap: il salario medio di un uomo nel settore privato nel 2022 è di circa 24mila euro, quello di una donna è di 17mila: c’è il 30% di gap. Ciò perché le donne, per conciliare la vita lavorativa con quella familiare tendono a cercare lavori in settori che pagano retribuzioni più basse, e inoltre tendono a scegliere lavori part-time. Se paragoniamo invece donne e uomini con settori simili e stessi contratti, il gap cala al 10% e nel pubblico è attorno al 6%.

In Italia quindi purtroppo si parla ancora di lavoratrici deboli, che anche con contratto indeterminato hanno difficoltà, soprattutto alla nascita dei figli. Le maggiori tutele si hanno entro un anno, fino ai 3 c’è tutala per esempio sulla richiesta dei part-time. Dopo i 3 anni nulla. Il problema è più diffuso nel privato.

Come risolvere la disparità di genere nel lavoro?

Un solido e valido aiuto nel mondo del lavoro femminile può essere dato dalle consigliere di parità, che sono a tutti gli effetti dei pubblici ufficiali. Queste cercano prima di tutto il dialogo con i datori di lavoro, ma possono se necessario promuovere azioni legali di fronte al TAR o al giudice del lavoro, contando su più di 400 avvocati esperti.

Sono però poco conosciute e hanno un problema di visibilità. Inoltre, se la consigliera non ha i fondi per supportare le donne poi diventa molto più complicato intervenire.

Mancano quindi i servizi di supporto, ma è anche necessaria una svolta strutturale, culturale e sociale, perché la cura dei figli continua a essere considerata “questione di donne”.

Ad esempio, anni fa c’era solo un giorno per permesso di paternità, ora siamo arrivati “come conquista”, grazie ad una direttiva europea, a 10 giorni di permesso di paternità. Ma nel Nord Europa siamo a 6 mesi, e si parla di cura condivisa: 6 mesi quindi che, entrambi i genitori, possono ripartirsi a loro scelta tra madre e padre. Ora in Italia anche dei padri si rivolgono alle consigliere di parità, perché accade che i datori di lavoro non gli danno neanche quei 10 giorni di permesso obbligatori per legge. È chiaro quindi che c’è un aspetto anche culturale da affrontare con le organizzazioni di lavoro: quei padri hanno diritto anche loro a vivere i propri figli.

Se è vero che i padri ora sono più inclini alla cura, c’è ancora un forte squilibrio. Solo il 20-25% delle richieste di congedi parentali sono da parte dei padri, e il congedo di paternità che invece è obbligatorio, comunque viene utilizzato da solo circa il 60% degli uomini. C’è molto da fare ancora per la distruzione dei compiti parentali.

Impatto delle politiche di inclusione femminile sul mondo del lavoro aziendale

Come viene raccontato nel sopracitato servizio di TG2 Dossier, fortunatamente, nel tempo anche in Italia molte aziende e singole realtà, come ELI LILLY, farmaceutica (ma anche altre come Lamborghini, Enel, Generali, BNL) hanno firmato il Codice di autoregolazione delle imprese in favore della maternità. Le risorse umane di Eli Lilly raccontano: “Qui quasi il 40% delle professioni è donna, come il 28% dei dirigenti. Abbiamo lavorato su permessi e congedi che vanno ben oltre la legge. Inoltre ci sono flessibilità orarie, e soprattutto le donne che lavorano negli uffici, lavorano per obiettivi: non fanno quindi le classiche 8 ore canoniche al giorno ma hanno dei compiti settimanali/mensili da svolgere, gestendo loro i tempi e i modi. Oltre a smart-working poi, c’è possibilità di sostegno psicologico per i neo-genitori, e tutoraggio da parte di un coach per monitorare il rientro al lavoro dopo la maternità. Non c’è un nido aziendale, ma ci sono convenzioni con gli asili nido su tutto il territorio nazionale. Inoltre, le retribuzioni sono paritarie tra uomini e donne con le stesse posizioni e mansioni.”

Tuttavia rimane da considerare che, a livello sociale è comunque difficile, perché come dice una lavoratrice intervistata “tutti si aspettano che tu sia una super mamma e una super lavoratrice. Il senso di colpa è legato al giudizio: nessuno chiede a un uomo se non si sente in colpa a viaggiare per lavoro, a una mamma viene chiesto sempre”.

Serve un cambio di mentalità per sostenere la parità di genere, sono necessari servizi adeguati, tutt’ora non è affatto scontato però che avvenga. Cosa possiamo fare noi come cittadini? Iniziare a renderci conto di come funzionano le cose, per promuovere una diversa ideologia e un diverso modo di “fare lavoro” e un diverso modo di “fare famiglia”. In primis per noi donne, per la nostra crescita per la nostra identità. Ma anche soprattutto per il bene dell’intera collettività.

aziende etiche

Psicologia e lavoro. Iniziative di benessere emotivo per dipendenti aziendali.

Etica aziendale e responsabilità sociale: il valore della trasparenza

La Olivetti degli anni 50' rappresentò uno dei luoghi cardine dello sviluppo delle scienze sociali applicate all'industria. Il centro Psicologia Olivetti collaborava in modo diretto con le funzioni produttive e gestionali. Olivetti ci viene raccontato come un'eroe romantico, perché è più comodo “un mito” di un uomo comune. Non vogliamo dimenticare che il modello Olivetti fallì, non riuscendo ad adattarsi ai rapidi cambiamenti del mercato tecnologico e globale. Non era un modello privo di difetti, tuttavia possiamo scegliere di studiare l'uomo – non il mito – e renderci conto che l'eredità di Olivetti ci serve più che mai. Non per essere copiata. Bensì come guida preziosa per le aziende Italiane che vogliono affrontare le sfide del XXI secolo. Per le aziende che vogliono riconoscersi come Aziende Etiche.

Benessere dei dipendenti e produttività aziendale: un legame fondamentale

Un’azienda etica è un’organizzazione che, oltre a perseguire obiettivi economici, si impegna a operare in modo moralmente responsabile, sostenibile e giusto. Questo approccio si riflette nelle pratiche commerciali, nelle decisioni aziendali e nell’impatto sociale ed ambientale dell’azienda. La collaborazione fra le aziende e gli psicologi, diviene una scelta fondamentale.

Ruolo del consulente psicologico nell'ottimizzazione dell'ambiente lavorativo

Ci sono molte aree in cui un’azienda etica può lavorare in sinergia con professionisti della psicologia per migliorare il benessere dei dipendenti e promuovere un ambiente di lavoro sano. Vediamone alcuni :

Cura del benessere mentale:

Le Aziende etiche possono promuovere il benessere mentale fornendo supporto psicologico personalizzato in ambito lavorativo, servizi di consulenza psicologica, programmi di supporto ai dipendenti o accesso a terapie attraverso programmi di assistenza ai dipendenti.

Cultura inclusiva e diversità:

Un’azienda etica collabora con psicologi per sviluppare programmi di formazione sulla consapevolezza culturale e la gestione della diversità per creare un ambiente di lavoro inclusivo e rispettoso.

Leadership etica:

Lavorare con psicologi e consulenti per sviluppare programmi di formazione per i leader aziendali, promuovendo una leadership etica, la gestione dei conflitti e la comunicazione efficace.

Gestione del cambiamento responsabile:

Durante periodi di cambiamento, psicologi possono collaborare con le aziende etiche per supportare i dipendenti attraverso sessioni di consulenza e fornire strumenti per gestire lo stress e l'ansia.

Gestione dello stress e prevenzione del burnout:

Implementare programmi di gestione dello stress che comprendano strategie di coping e interventi psicologici per prevenire il burnout e promuovere la salute mentale dei dipendenti.

Collaborare con psicologi industriali-organizzativi:

Per garantire pratiche di assunzione e licenziamento etiche, evitando discriminazioni e garantendo un processo decisionale equo.

Responsabilità sociale d’impresa:

Sostenere progetti socialmente responsabili e collaborare con psicologi per valutare l'impatto sociale delle iniziative aziendali e promuovere la sostenibilità.

Comunicazione interna e trasparenza:

Un’azienda etica può lavorare con psicologi per sviluppare strategie di comunicazione interna che promuovano la trasparenza, la fiducia e il coinvolgimento dei dipendenti.

La collaborazione tra aziende etiche e psicologi può contribuire a creare ambienti di lavoro più sani e sostenibili, con un focus sull'empowerment dei dipendenti e sulla promozione di valori etici e socialmente responsabili.

Pratiche aziendali sostenibili : investire nel futuro dell'azienda

Sebbene la presenza degli psicologi all'interno delle aziende sta aumentando, sia nel pubblico che nel privato, le sovvenzioni e gli aiuti forniti sono pochi. I fondi pubblici destinati alla salute mentale, nel nostro Paese sono ancora molto bassi. TROPPO BASSI. Senza entrare nel merito di questa specifica, questo fatto ci permette di riflettere su quanto la dirigenza del nostro Paese sia ancora poco sensibile ai temi riguardante la salute mentale. E la dirigenza privata? La risposta è: dipende. Sono i dirigenti stessi a decidere se e quando investire su questo aspetto. Un'impresa per non incorrere nel fallimento, deve preservare il guadagno alla “beneficienza”. Qualora ci fosse la volontà dei singoli imprenditori nell’incrementare il livello di salute psicologica dei suoi dipendenti, LA DIFFERENZA POSSONO FARLA GLI INCENTIVI DELLO STATO. Come potrebbe lo Stato aumentare le agevolazioni per aprire posizioni psicologiche sul posto di lavoro? Facciamo delle ipotesi :

Incentivi fiscali: Lo Stato può introdurre incentivi fiscali per le aziende etiche che investono in programmi di supporto alla salute mentale, inclusi sportelli psicologici sul posto di lavoro. Ciò potrebbe comprendere detrazioni fiscali o crediti d'imposta per le spese sostenute nell'implementare tali servizi.

Programmi di consulenza finanziata dallo Stato: Introdurre programmi di consulenza finanziata dallo Stato per consentire alle piccole e medie imprese di accedere a servizi di consulenza psicologica senza gravi oneri finanziari.

Finanziamenti per la formazione: Fornire finanziamenti per la formazione di professionisti della psicologia che lavorano nei contesti aziendali, contribuendo a garantire standard elevati di competenza e professionalità.

Incentivi alle aziende socialmente responsabili: Riconoscere e premiare aziende socialmente responsabili che implementano e mantengono programmi efficaci di supporto alla salute mentale, inclusi sportelli psicologici.

Monitoraggio e valutazione: Implementare sistemi di monitoraggio e valutazione per misurare l’efficacia degli sportelli psicologici nei luoghi di lavoro. Questi dati possono informare politiche future e garantire una gestione efficace delle risorse.

L’obiettivo della collaborazione tra psicologo e azienda etica sarebbe quello di creare un ambiente in cui le aziende siano motivate e supportate a fornire servizi psicologici sul posto di lavoro, promuovendo la salute mentale e il benessere dei dipendenti. La collaborazione tra il governo, le organizzazioni professionali e le imprese può svolgere un ruolo chiave in questo processo.

Altrettanto, la partecipazione dei cittadini è un aspetto chiave per promuovere cambiamenti e miglioramenti nei servizi di salute mentale, inclusa la presenza degli psicologi nel settore pubblico e nei luoghi di lavoro. I cittadini possono partecipare ad iniziative locali o nazionali che promuovono la salute mentale e chiedono un maggior supporto psicologico nei servizi pubblici e nei luoghi di lavoro, possono organizzare petizioni online e/o offline, scrivere lettere, inviare e-mail, coinvolgere gli amministratori locali e nazionali.... L'impegno attivo dei cittadini è essenziale per far sentire la voce della comunità e per promuovere cambiamenti significativi nelle politiche e nei servizi relativi alla salute mentale.

Psicologia organizzativa e strategie per migliorare le relazioni interne.

L'esperienza del Centro Psicologia e cambiamento

La dott.ssa Pasqua Teora, fondatrice del Centro di Psicologia e Cambiamento, ha conseguito la specializzazione in Analisi Transazionale a Parigi negli anni '80, con un focus sia clinico che organizzativo. In una città industriale come Bergamo, ha avuto modo, fin da subito, di lavorare a stretto contatto con imprenditori e le loro famiglie.

Durante gli incontri di consultazione, la dott.ssa Teora e i suoi collaboratori hanno notato come i processi di cambiamento individuali potessero avere un impatto positivo anche sul clima aziendale. Da questa intuizione sono nati percorsi formativi rivolti a dirigenti e collaboratori, con l'obiettivo di migliorare la comunicazione, la gestione dei conflitti e la coesione del gruppo. Qualora la richiesta parte dal titolare, ed è il titolare stesso a mettersi in gioco intraprendendo un cammino di trasformazione personale; ne deriva un circolo virtuoso. Per esperienza diretta sarà lo stesso imprenditore a proporre un iter simile all'interno della sua azienda.

Promozione del benessere psicofisico in azienda con strategie efficaci

Attraverso tecniche di brainstorming, problem solving e role playing; i partecipanti imparano a osservare i problemi da diverse angolazioni, a trovare soluzioni condivise, ad avviare il pensiero laterale. In questo modo, il gruppo aziendale si rilegge come una comunità in evoluzioni.

Prossimi articoli

Nei prossimi articoli, la dott.ssa Teora racconterà storie di Aziende Familiari che hanno saputo generare sviluppo, coesione e progresso. Inoltre, approfondirà l'importanza delle donne nel mondo del lavoro e il significato di "Azienda Etica" in contesti prevalentemente femminili.

Rapporto madre figlio

La relazione Madre-figlio/a/ə Mater Fermentum

La relazione Madre/figlio/a/ə

MATER FERMENTUM

L'ultimo testo da me pubblicato pone l'attenzione sulla figura della Madre : Materfermentum - Narrazioni e Trasduzioni poetiche di una Psicoterapeuta.

La relazione con la Madre è un legame che si sviluppa trasversalmente di generazione in generazione, accogliendo in sé anche le istanze e le trasformazioni della società in continuo mutamento. Nel volume ho scelto di adottare un taglio poetico-narrativo. Di seguito condivido un'esplorazione di tipo più clinico-divulgativa sul rapporto Madre – figlio/a/ə ma non solo... L'argomento è troppo vasto per esaurirsi in un articolo, quindi mi sono lasciata guidare da alcuni dei quesiti che più tornano all'interno della mia professione.

Come possiamo gestire le sfide quotidiane della relazione Madre-figlio/a/ə ?

Le sfide quotidiane, i dubbi, le inquietudini diventano uno strumento di riflessione se condiviso con le altre Madri. E perché non anche con i Padri? Il confronto fra esperienze simili e diverse allarga il campo, la visione. Andare oltre la tradizione e le competenze delle singole storie personali permette ad ogni nucleo familiare di aprirsi, di respirare, di riallacciare un rapporto con la comunità.

Certo, far questo presuppone una certa empatia tra le parti in gioco: Per sviluppare un legame empatico nella relazione Madre – figlio/figlia/ə è fondamentale non assolutizzare il legame mono genitoriale. Coinvolgere i Padri nel progetto educativo integra ed arricchisce la relazione attraverso il gioco, l'esempio, la differenza. La collaborazione genitoriale libera la “Madre” da una funzione che rischierebbe di essere meramente protettiva, assistenzialista e domestica. La relazione diventa circolare. Crescere è un progetto comune.
C'è una fase della crescita particolarmente complessa. L'adolescenza.

Come possiamo affrontare i cambiamenti nella relazione Madre-figlio/a/ə durante l'adolescenza?

Qualsiasi sia l'identità di genere dei vostri figli, durante l'adolescenza affiorano le grandi spinte contrastanti. L'autonomia li attrae ed al contempo li disorienta. Queste stesse spinte ci investono, ci invadono, ci confondono finanche potremmo restarne invischiati. L'adolescenza dei nostri figli può diventare il monito dell'adolescenza che fu per Noi!

Come gestire allora l'ansia e lo stress legati ad un rapporto difficile Madre-figlio/a/ə?

A volte si riattivano nei genitori eventuali esperienze traumatiche vissute in quel tempo di passaggio... Eventualmente, in circostanze di emersione di traumi adolescenziali o infantili occorsi ai genitori può essere utile rivolgersi ad un bravo psicoterapeuta così da interrompere catene e pattern relazionali limitanti. In un setting clinico, i genitori potranno riconoscere ed affrontare le proprie sofferenze infantili o adolescenziali che nel rapporto con la generazione precedente non hanno avuto ascolto. I figli sono in continuità con le nostre storie. Interrompere la transgenerazionalità richiede opportunamente un intervento professionale. Un atto magico, che non è magia, ma attivazione di un processo trasformativo profondo. Affinché i danni, le ingiustizie, i mali subiti non si rinnovino oltre.

Il confronto e l'ascolto attivo devono prevedere pertanto un lavoro continuo. L'adolescenza è in un certo senso l'età mitologica per eccellenza, dove l'immaginazione e la realtà devono necessariamente scontrarsi ed un po' alla volta evolvere in altri processi psico-politici. Intendo di partecipazione alla vita sociale. L'esempio concreto della Madre può diventare molto potente.

Creare dei ricordi positivi nella relazione madre-figlio/a/ə è una pratica a cui dedicarsi.

Infatti, è molto bello tenere foto, scritti, disegni dei bambini che crescono: i figli cambiano, si trasformano. Abbiamo la possibilità di creare dei doni per l'avvenire. Ricordi da mostrare a se stessi ed ai figli nel futuro. In un tempo che ancora non conosciamo, ancora da concepire. Un investimento preziosissimo. Altrettanto lasciarci osservare nel rapporto con i nostri genitori nel frattempo invecchiati, i loro nonni, prepara al passaggio dei ruoli. I figli osservano ed imparano, a maggior ragione se si da parola a sentimenti e racconti.

Le difficoltà generano competenze se accettate, esplorate, condivise.

Nel corso di questa esplorazione sulla complessa relazione madre-figlio/a/ə, desidero anche segnalare il mio libro recentemente pubblicato, 'Mater Fermentum: Narrazioni e Trasduzioni Poetiche di una Psicoterapeuta'. In questo volume, ho dedicato particolare attenzione alla figura materna e alle dinamiche relazionali che la coinvolgono. Attraverso una prospettiva poetico-narrativa, ho cercato di catturare la ricchezza e la complessità di questo legame fondamentale. Se desiderate approfondire ulteriormente questo tema e esplorare ulteriori riflessioni e spunti, vi invito a dare un'occhiata al mio libro disponibile su Amazon al seguente link: Mater Fermentum: Narrazioni e Trasduzioni Poetiche di una Psicoterapeuta"

Graffio
660

E' sempre questione di luce e di prospettiva
La macchia che pare sul tappeto un'onta
Un'aggressione a spelamento definitivo
Si rivela goccia, graffio di sole
che s'è levato.

(da Mater Fermentum, narrazioni e trasduzioni poetiche di una psicoterapeuta.)

Dott.ssa Pasqua Teora

Gruppo di Evoluzione Personale e Psicoterapia della Dott.ssa Teora

Gruppo di Evoluzione Personale e Psicoterapia della Dott.ssa Teora

Gruppo di Evoluzione Personale e Psicoterapia della Dott.ssa Teora

Cos’è un Gruppo di Evoluzione Personale e Psicoterapia? È dal 1982 che conduco gruppi a cadenza settimanale. Inizialmente l’orientamento era Psico-sociale e Analitico-Transazionale; poi tale approccio è stato integrato con quello Sistemico-Relazionale. Via via vi è stato un arricchimento dovuto ad innesti concettuali o a prassi derivate dalla formazione permanente e dagli sviluppi che il gruppo stesso ha generato al suo interno.

Come funziona? Quanto dura un gruppo?

- In gruppo si entra generalmente dopo un percorso individuale che può comprendere un ciclo di sedute individuali ed è il terapeuta che ne valuta la prescrivibilità, poiché non tutti i soggetti sono adatti ad un tale gruppo di lavoro.

- Se la richiesta arriva da una persona che abbia già fatto un altro percorso, comunque si richiede qualche incontro individuale per inquadrare a grandi linee la storia personale, le caratteristiche di personalità, i meccanismi di difesa etc.

- Il Gruppo di  Evoluzione Personale e Psicoterapia, con le sue regole, è un formidabile contesto di cura, un dispositivo psicosociale di profonda evoluzione trans-personale.

Nel setting gruppale è possibile confrontarsi con le storie e i meccanismi difensivi e ripetitivi propri e dei singoli partecipanti. Il Gruppo richiede un impegno di attenzione partecipativa e confrontativa, di ascolto delle risonanze in sé e delle esperienze e delle storie degli altri. In tal modo la storia personale ed esistenziale di ciascuno si trasforma in un crescente livello di consapevolezza e riconoscimento/accettazione di sé, compresi gli svelamenti risalenti alle proprie storie infantili e trans-generazionali. Si crea una nuova storia, fatta di storie viventi, tra loro in interazione trasformativa. In un certo senso, i membri del Gruppo, a mano a mano, divengono co-terapeuti e testimoni affidabili delle mappe mentali limitanti messe in scena dai partecipanti, reiterando le manipolazioni della realtà, che là si fa visibile o intercettabile.

In Gruppo diviene visibile la presa di consapevolezza sulle proprie manipolazioni della realtà, premessa da cui discende gradualmente una maggiore consapevolezza di sé e l'attivazione di nuove opzioni. In Gruppo interagiscono contemporaneamente il piano relazionale, sociale, intra-psichico e simbolico-affettivo.

Lavorare in gruppo consente: di riconoscere le matrici psicodinamiche delle famiglie di provenienza (genogramma) e la riproduzione inconsapevole delle stesse mappe cognitive, le convinzioni basate sui pregiudizi mantenuti nel tempo che esitano in azioni sempre uguali, capaci di riattivare gli stessi complessi emozionali.

Tutto avviene a livello intrapsichico e relazionale, prima inconsapevolmente, magari nella storia di coppia, coinvolgendo anche dell’altro i diversi modelli trans-generazionali. In seguito per molti una progressiva ricerca di senso per accogliere il legittimo desiderio di evoluzione personale e sociale.

Il processo clinico che avviene nel Gruppo di Evoluzione Personale e Psicoterapia consente a ciascun singolo partecipante di acquisire il diritto/permesso a progettare una reincarnazione in vita per sé stessi, liberatoria, oltre che per sé, se ci sono anche per i propri figli, facendo in modo di non lasciare ai propri discendenti eredità ancora coattivamente distruttive e autodistruttive.

Le regole che caratterizzano il Gruppo:

1) Luogo e durata (2 ore), puntualità, non uso di sostanze psicoattive, esplicitazione degli obiettivi insiti nella decisione di partecipazione ad un Gruppo di Evoluzione Personale e Psicoterapia.

2) Confrontazione attiva verso i colleghi di gruppo facendo riferimento al proprio vissuto e a quello che, in relazione a ciò che emerge, si connette alla propria esperienza di vita.

3) Impegno a comunicare in gruppo l’eventuale coinvolgimento sentimentale con un altro compagno di Gruppo. Se conduco due gruppi uno dei due migra nell’altro. Ciò poiché va riconosciuto che l’ansia che inizialmente genera il Gruppo può indurre a rifugiarsi in una alleanza di coppia.

4) Informare eventualmente l’intenzione di uscire dal setting di gruppo con 4 settimane di anticipo per consentire allo stesso soggetto e ai membri del gruppo di elaborare la separazione e ricevere le confrontazioni sul percorso fatto. La durata? Variabilissima.

5) Se si crea spazio per introdurre un nuovo partecipante, il Gruppo viene informato con almeno due settimane di anticipo.

6) Il rito di apertura del Gruppo che si è auto-generato una quindicina di anni fa, sono le buone notizie. Opportunità per condividere i passaggi, gli approcci nuovi, l’uso della mente informata dei tranelli percettivi preesistenti.

7) Il rito di chiusura sarà una parola o un’immagine come metafora del processo cognitivo ed emotivo condiviso durante la seduta.

Un cammino evolutivo insieme agli altri: il Gruppo di Evoluzione Personale e Psicoterapia è un’esperienza relazionale, rielaborativa e psicodinamica in cui è possibile scoprire come funziona la mente nel “circuito del conflitto coatto”: l’AMIGDALA che si attiva, apparentemente senza scelta possibile, generando comportamenti automatici, ripetitivi, arcaici, legati alla propria esperienza, ma anche (se non soprattutto) ai depositi dell’inconscio collettivo. Serve liberare il respiro, che permetta lo scambio di rotaia, per far cambiare direzione al treno in cammino, per deviare dal fulmineo meccanismo automatico dell’amigdala. Invece, al suo posto, ACCEDERE AL CIRCUITO DELLA NEO-CORTECCIA-FRONTALE che consente la riflessione e la sospensione del comportamento reattivo e primitivo, fortemente condizionato dalle esperienze copionali acquisite, soprattutto nel sistema familiare.

Ricerche del tutto attendibili sul piano delle neuro-scienze hanno appurato che il cervello è in grado di cambiare plasticamente, di trasformarsi ed evolvere lungo tutto il tempo della sua esistenza, favorendo circolarmente il cambiamento dei vissuti, delle percezioni, dei comportamenti conseguenti.

Esiste quindi lo spazio per immaginare e creare contesti in cui rendere possibile ciò che qualche decennio fa era impensabile. Il Gruppo di Evoluzione Personale e Psicoterapia può essere uno di questi contesti.

Dott.ssa Pasqua Teora

 

 

 

Lo psicologo della terza età: come affrontare i cambiamenti e vivere appieno gli anni d'oro

Lo psicologo della terza età: come affrontare i cambiamenti e vivere appieno gli anni d'oro

Lo psicologo della terza età: come affrontare i cambiamenti e vivere appieno gli anni d'oro

La terza età rappresenta una fase della vita caratterizzata da numerosi cambiamenti fisici, psicologici e sociali. L'invecchiamento può comportare la perdita di autonomia, il deterioramento della salute fisica e mentale, la riduzione delle opportunità sociali e il tema della morte. Tuttavia, grazie allo psicologo della terza età, è possibile affrontare questi cambiamenti e trovare possibile il benessere emotivo.

Cos'è la psicologia della terza età?

La psicologia della terza età è una branca della psicologia che si concentra sullo studio dei processi psicologici che si verificano durante la terza fase della vita, ovvero quella dopo i 65 anni. Questa disciplina si occupa di diversi aspetti del benessere psicologico degli anziani, come il loro adattamento a nuove condizioni di vita, la gestione delle emozioni e la prevenzione dei disturbi psicologici. Inoltre, lo psicologo della terza età promuove l'importanza di una vita attiva e sociale per prevenire la depressione e migliorare la qualità della vita degli anziani. Gli psicologi che si occupano di questa area utilizzano approcci terapeutici specifici e personalizzati per rispondere alle esigenze dei loro pazienti anziani.

Quali cambiamenti si affrontano nella terza età?

La terza età è un periodo di grandi cambiamenti fisici e psicologici. Molti degli aspetti della vita che possono sembrare scontati in età più giovane, come la salute, le relazioni e le attività quotidiane, diventano meno prevedibili e richiedono una maggiore attenzione. Ad esempio, la salute può essere influenzata dall'insorgenza di malattie croniche come il diabete, l'artrite e l'ipertensione, oltre che da eventuali problemi di mobilità. Ciò può portare a una riduzione dell'indipendenza e della qualità della vita.

Anche le relazioni sociali possono subire significativi cambiamenti durante la terza età. Gli amici e i familiari possono morire o muoversi lontano, e le opportunità di incontrare nuove persone possono diventare limitate. Inoltre, la pensione e l'invecchiamento possono portare ad un cambiamento di ruolo nella società, con la perdita di status e identità professionale.

Infine, le attività quotidiane possono diventare più difficili e richiedere più tempo ed energia. La cura di sé stessi può diventare un problema, in particolare per coloro che vivono da soli o che hanno difficoltà a mobilitarsi. Tutti questi cambiamenti possono creare un grande stress e richiedono una maggiore resilienza (vista come capacità di trasformare una situazione di difficoltà in una nuova competenza mantenendo una flessibile apertura della mente) e capacità di adattamento da parte degli anziani; qualora queste difficoltà diventino troppo difficili da affrontare, può essere utile rivolgersi ad uno psicologo della terza età o un professionista competente del delicato argomento.

Le problematiche neuropsicologiche

La terza età è spesso associata ad un aumento della frequenza e della gravità delle problematiche neuropsicologiche, per questo è necessario ed importante rivolgersi a uno psicologo della terza età o a un neuropsicologo qualora sopraggiungessero difficoltà legate a questi aspetti. Ad esempio, la demenza e l'Alzheimer sono malattie che colpiscono molte persone anziane, e queste malattie possono causare una serie di problemi cognitivi e comportamentali, come la perdita di memoria, la confusione mentale e talvolta anche comportamenti aggressivi.

Non tutte le problematiche neuropsicologiche sono così gravi: la perdita di memoria e le difficoltà di attenzione possono essere un problema comune per molte persone anziane, anche in assenza di una diagnosi di demenza. Inoltre, uomini e donne anziani possono anche sperimentare una maggiore ansia e depressione, che possono influenzare la loro qualità di vita.

È importante capire che le problematiche neuropsicologiche possono essere trattate in modo efficace, e gli psicologi della terza età o comunque un professionista competente sensibile alle problematiche dell’età più anziana hanno un ruolo importante nella diagnosi e nel trattamento di queste condizioni. Ad esempio, si ritiene che la terapia cognitivo-comportamentale può aiutare le persone anziane a gestire i loro problemi di memoria e a migliorare le loro capacità cognitive.

Il tema della morte nella terza età

Il tema della morte è un aspetto importante della psicologia della terza età. Uomini e donne più sono anziani più si trovano ad affrontare la morte dei loro amici e familiari, e possono avere una maggiore consapevolezza della propria mortalità. Questo può appunto portare ad una maggiore ansia e preoccupazione per coloro che hanno affrontato la perdita di amici, familiari o partner nella loro vita. La morte può anche rappresentare la fine di una vita attiva e la perdita di uno scopo nella vita. Questa può in alcuni casi attivare nei grandi anziani un’accettazione serena della propria caducità.

Per molti altri invece la morte rappresenta l'ignoto, e questo può creare molta ansia e stress: possono sorgere domande su cosa succederà dopo la morte, sulla propria eredità e sulla propria reputazione. I sentimenti di tristezza, rabbia e rifiuto possono emergere e la perdita di interesse per la vita quotidiana può diventare una realtà.

È importante che gli anziani affrontino questi sentimenti e le preoccupazioni sulla morte in modo adeguato. Uno psicologo dell’invecchiamento può essere molto utile in questo processo, aiutando gli anziani a comprendere e accettare la morte come parte naturale del ciclo della vita. Un professionista della psicologia della terza età o un professionista competente del delicato argomento può offrire un supporto emotivo, insegnare tecniche di coping efficaci e aiutare a trovare nuovi scopi nella vita, anche in età avanzata.

Come può aiutare uno psicologo nella terza età?

Uno psicologo può offrire un ampio supporto nella terza età, aiutando gli anziani ad affrontare le sfide che si presentano. In primo luogo, uno psicologo della terza età può aiutare gli anziani a comprendere e accettare i cambiamenti che avvengono nel loro corpo e nella loro vita, nonché a trovare nuovi modi per mantenere una buona salute mentale ed emotiva. Inoltre, uno psicologo dell’invecchiamento può aiutare gli anziani a gestire le problematiche neuropsicologiche, come la perdita di memoria o il declino cognitivo, fornendo loro tecniche e strategie per mantenere una mente attiva e allenata. Lo psicologo della terza età può anche aiutare gli anziani a fronteggiare l'ansia e lo stress derivanti dalla paura della morte, dalla solitudine e dall'isolamento sociale: possono insegnare tecniche di rilassamento, di meditazione e di mindfulness per aiutare gli anziani a trovare un senso di pace e di benessere mentale.

Inoltre, uno psicologo della terza età può aiutare gli individui nella terza età a sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e dei propri bisogni. Spesso, durante la vita adulta, si è molto impegnati con il lavoro e la famiglia, e si ha poco tempo per riflettere su se stessi. Nella terza età, si può finalmente avere il tempo per esplorare le proprie inclinazioni e i propri interessi. Uno psicologo della terza età può offrire un supporto emotivo in questo processo, aiutando gli individui a comprendere meglio i propri pensieri, emozioni e comportamenti. Se volete leggere un altro articolo sul tema e l‘approccio di una terapeuta leggete l’articolo Ho 70 anni che tutto abbia inizio!.

In conclusione, la terza età rappresenta una fase della vita caratterizzata da numerosi cambiamenti e sfide. Tuttavia, grazie alla psicologia dell’invecchiamento, è possibile affrontare questi cambiamenti e trovare il benessere emotivo.

Se stai considerando di parlare con uno psicologo, ci sono alcune cose che potresti voler tenere a mente. In primo luogo, è importante trovare uno psicologo che abbia esperienza nella lavorazione con gli individui anziani. Gli anziani possono affrontare sfide uniche e specifiche che richiedono una comprensione accurata da uno psicologo della terza età. Inoltre, potresti voler trovare uno psicologo con cui ti senti a tuo agio e con cui puoi stabilire una buona relazione terapeutica.

In secondo luogo, è importante ricordare che la terapia può richiedere tempo e impegno. Alcune persone potrebbero aver bisogno di diverse sessioni prima di vedere un cambiamento significativo nella loro salute mentale. Tuttavia, la terapia può offrire un supporto prezioso per affrontare i cambiamenti e le sfide della terza età e può migliorare significativamente la qualità della vita.

Infine, è importante comprendere e ribadire che la terza età non è necessariamente una fase di vita caratterizzata dalla disabilità e dall'incapacità, anzi: gli individui anziani possono avere una vita piena e soddisfacente e godere di un benessere mentale ottimale. Uno psicologo della terza età può aiutare gli individui anziani a trovare nuovi interessi, adattarsi ai cambiamenti della vita e sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e dei propri bisogni.

Speriamo con questo articolo di avere chiarito meglio cos’è lo psicologo della terza età. Se vuoi un consulto o hai bisogno di supporto di uno psicologo a Bergamo per la terza età, non esitare a contattarci su Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

 

Gaia Villa & Pasqua Teora

Questa storia deve finire

Questa storia deve finire

La guerra è stata da sempre l'attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile”.

 Carla Lonzi, Manifesto di Rivolta Femminile, 1970

QUESTA STORIA DEVE FINIRE[1] 

La guerra non è una nostra invenzione e non è nostra invenzione quella forma disperata di guerra che è il terrorismo.

Posizionarci -di qua o di là- non ci dà pace, ci disorienta e ci divide, ma non ci è consentito altro movimento se non cercare rifugio in un’impossibile estraneità.

Ci riconosciamo con dolore nelle “nemiche”

La guerra ci annichilisce perché la sua illogica ci è del tutto estranea, il suo linguaggio ci esilia, la nostra casa ne è devastata.

 A noi, alle nostre sorelle, alle nostre figlie e ai nostri figli innocenti tocca il prezzo più alto.

Fanno di noi le prime prede di ogni guerra. Ci tolgono la parola. Vogliono ridurci a cose mute. La guerra è il momento in cui esistiamo di meno perché la nostra soggettività ne è annientata. 

 

La donna ha avuto l’esperienza di vedere ogni giorno distrutto quello che faceva” e nella guerra questa esperienza si moltiplica e si accelera.

 

Ogni guerra si conclude con nuovi problemi che chiederanno una nuova guerra per essere fintamente risolti.

 

La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri”[2]

 

La pace è male intesa come l’intervallo di durata variabile tra una guerra e l’altra, in cui ci si esercita e ci si prepara per una nuova verifica violenta dei rapporti di forza: “Tutta la vita economica contemporanea è orientata verso una guerra futura[3]

 

Ma la guerra non fa crescere niente, fa decrescere tutto per il profitto di pochi. Siamo fatti per continuare a nascere, non per morire nelle guerre. La pace è l’unica vera forza perché ci permette di nascere continuamente.

 La guerra è la manifestazione più lampante della fallacia del dominio come regolatore della convivenza umana e

L’uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimato una mutilazione”.

 

Noi siamo quella metà della popolazione che accusa.

Non ci basta più implorare la pace. La pace non è essere inermi, è forza attiva che regola le relazioni e dirime i conflitti.

Esigiamo che i figli ribelli riconoscano l’autorità della madre e si sottraggano all’obbligo dei gesti di dominio e di sopraffazione. Pretendiamo che disubbidiscano al patriarcato belligerante, cercando un altro modo per stare al mondo da uomini.

 

Non salterà il mondo se l’uomo non avrà più l’equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione”.

Anzi, il mondo si salverà solo in questo modo.

Alle nostre spalle sta l’apoteosi della millenaria supremazia maschile”.

 

Questa Storia è finita. Questa Storia deve finire. Tutte le guerre devono finire, e mai più cominciare.

 

 Il Gruppo "Inviolabilità"

 

[1]   Il testo è a cura del gruppo “inviolabilità”. Tutti i corsivi nel testo, non segnalati, riportano le parole originarie del Manifesto di Rivolta Femminile scritto da Carla Lonzi

[2]   Hannah Arendt

[3]   Simone Weill

Indirizzo

Via Eugenio Montale n° 23
24126 - BERGAMO

Contatti

035.31.95.45
346 36.82.340
logo

Privacy

Privacy Policy