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DIALOGO SUL FEMMINICIDIO: RIFLESSIONI TRASVERSALI

DIALOGO SUL FEMMINICIDIO: RIFLESSIONI TRASVERSALI

Femminicidio.

Cos'è?

C'è sempre stato? Certo, magari non si nominava. Quindi sembrava non esistesse. Ma c'era, si in varie forme e spesso sotto nascondimenti, anche legali. Ricordiamo che fino a poco più di 40 anni fa (1981) esisteva in Italia il delitto d'onore, che come sappiamo legittimava padri, mariti e fratelli a difendere l'onore della famiglia anche con l'omicidio di donne: mogli, figlie e sorelle.

Per il futuro? Non si sa. 

Mi chiedo: perché un femminicidio sa di scabroso più di un omicidio tra uomini o tra un uomo e un ragazzo o ancora tra un adulto e un bambino? Tra una donna e un'altra donna, esiste? 

Io, a tutte queste domande, così a bruciapelo, non saprei cosa rispondere. Ovvio. Cercherò, strada facendo in questo articolo, di ragionarci su, per poter tradurre in parole una specie di dialogo in me che procede ad occhi chiusi, lasciando che le dita scrivano da sé.

Allora, comincio:

la cosa più banale é che la donna fisicamente è generalmente meno forte di un uomo e quindi in caso di aggressione fisica, non sarebbe scontro o duello alla pari, ma sopraffazione. A meno che la donna in questione non sia armata o abbia fatto qualche anno ad apprendere arti marziali o di difesa personale.

Eppure, qua e là noi donne siamo intelligenti, detto meglio, diversamente intelligenti e intuitive degli uomini: spesso sappiamo intuire e, in tempo, darcela a gambe. Oppure intuiamo dove colpire senza alzare le mani e  mediamente, inconsciamente o meno, sappiamo come colpire un uomo indipendentemente dalla fisicità del maschio in questione.

Penso: può c'entrare col fatto che tutti, uomini o donne, siamo stati generati da una donna? Potenziale o di fatto nelle donne c'è la fonte della creazione. Certo lo spermatozoo serve, seppure con le nuove tecnologie e certi “miracoli” della scienza e della tecnica, probabilmente un giorno si potrà procreare senza più coinvolgere un uomo.

Non so. Può darsi. E allora in quanto madre, nello spirito profondo degli uomini come è previsto nella liturgia Mariana, la donna - potenziale universale materno -  deve stare sempre a fianco del figlio, dalla  parte del figlio. Che questo sia, bambino o adulto, vivo, quand'anche morto.

Possibile? Non saprei. Forse, generalmente le donne emanano un tipo di energia che gli uomini per loro natura non hanno e a volte alcuni la vogliono catturare questa energia, la vogliono possedere forse per loro differente uso e consumo.

Rifletto sul fatto che ad oggi ci sono moltissimi uomini apertamente omosessuali identificati con le madri reali o desiderate e mai avute nella realtà, magari rappresentate da una nonna, una professoressa fantastica presa a modello e via dicendo. L'energia di queste figure è potentissima, nel senso che esprime forza persuasiva, generativa e figurativamente penetrativa. 

Indipendentemente dall'inclinazione omosessuale o meno di un figlio maschio, possiamo tenere presente che ancora oggi in molte famiglie tradizionali il figlio maschio risulta essere prediletto da madri o padri fin da prima che arrivi al mondo: “auguri ai figli maschi!”. E va bene. Quindi possiamo però ipotizzare che se in queste famiglie esistono figlie possano essere figlie un po' invisibili nel migliore dei casi, ma spesso addirittura svalutate, inferiorizzate e allenate al chiedere attenzione ai genitori (al mondo) nella loro abitudine al venire dopo al maschile. No, non è automaticamente così! Nulla si verifica allo stesso modo, perché le variabili in gioco sono innumerevoli. 

Va bene, tutto abbastanza condivisibile.

C'è da dire inoltre che come figli e come figlie in molti sfortunatamente abbiamo avuto madri oltre che accudenti anche aggressive, magari svalutative, egocentriche, talvolta malate psichicamente, esibizioniste, alcooliste, tossicodipendenti, per niente materne nel senso stretto del  termine.

Il materno quindi non coincide sempre con il femminile fantasticato, anzi.

Per contro ci sono uomini assai accudenti  e sono maschi sufficientemente equilibrati e sessualmente in sufficiente armonia con il loro corpo e quello femminile. Lo stesso per le donne: che siano oppure no, madri.

Anni di ricerche e su abusi e maltrattamento all'interno delle famiglie hanno portato alla luce che storie drammatiche imperniate sul maltrattamento richiedono passaggi transgenerazionali sovente sostenuti da percorsi psicoterapeutici. Queste dinamiche trascurate e non curate possono alimentare come delle infezioni psichiche capaci di ammalare i vari membri del sistema familiare, generando così gravi forme patologiche. Anche di una certa gravità e, in una grande maggioranza nei casi, mai riconosciute.

Va bene... e allora?

Allora questa serie di dinamiche iniziano a dar forma a una serie di fattori precipitanti che danno l'avvio all'ingravescenza del fenomeno violento. E in questa cornice ci sono uomini che odiano le donne, donne disposte alla sottomissione e alla seduzione, donne che odiano gli uomini, uomini violenti e via dicendo.

È chiaro che la potenza del sistema familiare come anche le patologie dello stesso si intrecciano  più o meno a incastro  le une con le altre. In generale, possiamo pensarci consapevolmente tutti discendenti da storie di pace, seppur relativa, oppure da sistemi pregni di scontri e conflitti violenti per il dominio.

Detto questo, in generale, uomini e donne tentano di modificare queste difficoltà e mortificazioni. Scopritori di territori nuovi da co-costruire per se stessi generativi del nuovo sistema desiderato. Siamo in cerca, anche inconsapevolmente di liberazione dai copioni  disfunzionali ereditati.

Il lavoro auspicabile: insieme per realizzare ridefinizioni di sé e del mondo, nelle nuove  costellazioni familiari che saremo stati capaci di co-generare, eventualmente con l'aiuto necessario: Spirituale e filosofico, psico-terapeutico, estetico, drammaturgico, e via dicendo.

Necessario non abbandonarsi alla sconfitta verso un nemico fantasticato imbattibile: la famiglia d'origine con la propria sofferenza.

Torniamo al tema: perché così tanti femminicidi, nonostante...  Ma nonostante che cosa? Che noi donne studiamo, che noi donne possiamo scegliere di fare o non fare figli, che in teoria ad oggi noi donne abbiamo molta più libertà e autodeterminazione che in passato.

Eppure, nonostante ciò, i dati suggeriscono che nel sistema del lavoro le donne siano meno pagate, con cariche meno prestigiose, e via dicendo. Ragionandoci, si può pensare che il sistema del mercato del lavoro umili di nuovo le donne come le famiglie di origine: ancora sottomissione, umiliazione sfruttamento. Un enorme paradosso.

Procedendo in questa indagine, teniamo presente che sul lavoro l'apprezzamento delle donne verso  altre donne, a volte non ha la stessa forza di quando arriva da un maschile. Tanto, poco, pochissimo prestigioso? Non fa molta differenza agli occhi di chi va cercando l'approvazione maschile. Sul lavoro come forse in tutti gli altri ambiti.

Ad esempio noi donne siamo inclini al doverci sottomettere inconsapevolmente al sistema estetico imposto dalla pubblicità martellante (il nuovo patriarcato?),  siamo troppo spesso disponibili a perdere parte della nostra identità per aderire agli stereotipi che il sistema sforna in continuazione. Sembra non essere mai sufficiente la sottomissione al modello: abbigliamento, interventi estetici, sessualizzazione del corpo, postura: se tu non sei attraente, erotizzante e disponibile, come donna non vali mai abbastanza.

Sottomissione  a cui le donne sono sensibili: spesso pur di essere oggetto di amore, disposte a umiliare se stesse. Questo insieme di fattori forse ci dà un indizio sul perché alcune donne rimangano in relazioni violente rischiando la vita, a volte perdendola.

E cosa accade tra uomini e donne? Ancora, perché tutti questi femminicidi?

Parlando per metafore. Nei secoli, tutt'oggi, vediamo cosa sta accadendo: i territori vergini, autorizzano i predatori a fare mambassa dei frutti e delle pepite d'oro.

Cosa accade solitamente nelle storie che parlano di predazione, uccisione e tutto il resto?

In alcuni casi il predatore si appropria di tutto quello che il terreno ha da offrire e lo sfrutta finché non vi rimane più nella. Oppure in altre situazioni ad un certo punto individualmente o assieme ad altre fonti di energia, visione e spiritualità, scatta la consapevolezza delle vittime che non si può andare avanti così.

Con il tempo che serve, si comincia a riconoscere lo scempio, l'inumanità, la propria sottomissione al servizio del predatore finché non compaia all'orizzonte che ci si deve unire, che non sarà facile, ma il processo di cambiamento evolutivo attraverso la presa di coscienza sarà l'inizio di una nuova civiltà.

È successo in alcune culture. Alcune, ma ciò dice che questo processo è possibile. Non ovunque, ora! Certo, non è così automatico.

Non sto parlando solo di donne, sto parlando di maschi e di femmine. Anche gli uomini  e non raramente sono nella necessità di emanciparsi da modelli patriarcali che li hanno mortificati in maniera assai pesante, là dove non era previsto un aperto riconoscimento per i figli, necessitando all'interno del sistema patriarcale, la sottomissione anche dei figli maschi al pater familia.

Uomini che talvolta per inconsapevole rivincita emulano la violenza del padre continuando a subire umiliazione anche da se stessi continuando paradossalmente a sottomettersi al modello paterno. E umiliando le donne con cui stanno. È un circolo vizioso drammatico.

Per concludere possiamo chiederci di nuovo: perché gli uomini ammazzano le donne  in questo momento storico?

Di nuovo, la domanda rimane aperta e da parte mia che sto riflettendo insieme a voi che mi leggerete, attualmente non è possibile chiuderla lì, peccando di semplificazione.

Serve riconoscere oltre la violenza del sistema di potere che avvolge il mondo, anche la violenza differentemente subita da donne e uomini,  all'interno dei sistemi patriarcali nelle loro accezioni distruttive. Luci ed ombre che sconfinano l'intrafamiliare e il transgenerazionale.

Le tracce, senza confini.

 

Pasqua Teora

Ansia da cambio stagione: perché la primavera influisce sull’umore e come gestirla

Ansia da cambio stagione: perché la primavera influisce sull’umore e come gestirla

Con l’arrivo della primavera ci aspettiamo energia, leggerezza, voglia di fare. Eppure, per molte persone, marzo e aprile portano l’effetto opposto: stanchezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione, insonnia, agitazione.

Se ti riconosci in questi segnali, non sei “fuori stagione”. L’ansia da cambio stagione è un fenomeno reale, legato a fattori biologici e psicologici che influenzano il nostro equilibrio.

Vediamo perché accade e come gestirla.

Perché la primavera influisce sull’umore?

Il nostro organismo è regolato da ritmi circadiani sensibili alla luce, alla temperatura e ai cambiamenti ambientali. Con l’allungarsi delle giornate e l’aumento della luminosità:

  • cambia la produzione di melatonina (ormone del sonno),
  • si modifica il livello di serotonina (regolazione dell’umore),
  • il corpo deve riadattare i propri ritmi fisiologici.

Questo processo di adattamento può creare uno squilibrio temporaneo. Non tutti reagiscono allo stesso modo: alcune persone sperimentano un miglioramento dell’umore, altre invece vivono un aumento dell’attivazione interna che può tradursi in irrequietezza o ansia.

Inoltre, la primavera è culturalmente associata all’idea di “rinascita” e cambiamento. Questa pressione simbolica può attivare confronti interiori: “Dovrei sentirmi meglio”, “Dovrei essere più attiva”, “Perché mi sento così?”. E il divario tra aspettativa e realtà aumenta il disagio.

Sintomi dell’ansia da cambio stagione

L’ansia stagionale primaverile può manifestarsi con:

  • stanchezza persistente nonostante le ore di sonno
  • insonnia o risvegli notturni
  • irritabilità e nervosismo
  • calo della concentrazione
  • senso di agitazione interna
  • aumento dell’ansia senza motivo apparente

Questi sintomi sono spesso transitori, ma quando diventano intensi o prolungati meritano attenzione.

Ansia da cambio stagione: 5 strategie pratiche per ritrovare equilibrio

  1. Regolarizza il ritmo sonno-veglia: anche se le giornate si allungano, cerca di mantenere orari stabili. Il sonno è il primo regolatore dell’equilibrio emotivo.
  2. Esporsi alla luce in modo graduale: la luce è fondamentale, ma l’iperattivazione può aumentare l’irrequietezza. Inserisci momenti all’aria aperta senza sovraccaricare la giornata.
  3. Riduci le aspettative di “ripartenza”: non è obbligatorio rifiorire a marzo. Concediti di attraversare il cambiamento senza pretendere performance.
  4. Muovi il corpo, senza forzarlo: un’attività fisica leggera e costante aiuta la regolazione neurobiologica, ma evita programmi drastici che aumentano lo stress.
  5. Ascolta il tuo stato interno: chiediti: È solo stanchezza fisica o c’è qualcosa di emotivo che si sta muovendo?

La primavera può riattivare tematiche di cambiamento, decisioni rimandate, passaggi di vita.

Quando chiedere supporto?

Se l’ansia diventa intensa, interferisce con il lavoro o le relazioni, oppure si accompagna a sintomi depressivi, è importante non sottovalutarla. Il cambio stagione può essere un fattore scatenante, ma spesso amplifica qualcosa che era già presente. In questi casi, un percorso psicologico aiuta a comprendere cosa sta succedendo e a ritrovare un equilibrio più stabile.

Vi ricordiamo che nel nostro Centro Psicologia e Cambiamento di Bergamo possiamo accompagnarti in questo percorso. Vi ricordiamo che il Centro è sul territorio bergamasco da oltre 30 anni e ha al suo interno un’equipe di psicologi e psicoterapeuti con formazioni differenti cosicché specifiche problematiche possano essere accolte e affrontate con approcci tra loro simili e/ o differenti. Infatti, il nostro setting clinico accoglie richieste di terapia individuale per le varie età,  per la  coppia, per le famiglie e di gruppo.

La primavera come cambiamento

La primavera non è solo un cambiamento esterno, ma anche interno. Il nostro sistema nervoso ha bisogno di tempo per adattarsi.

Sentirsi stanchi, irritabili o più ansiosi in questo periodo non significa essere fragili, ma attraversare un passaggio di regolazione. Con consapevolezza e piccoli aggiustamenti, l’equilibrio può tornare. Se senti che il cambio stagione influisce in modo significativo sul tuo umore, al Centro Psicologia e Cambiamento di Bergamo puoi trovare uno spazio di ascolto e orientamento.

A volte, ritrovare equilibrio significa semplicemente non farlo da soli.

Questo contributo un po’ più strutturato è pubblicato dal nostro Centro psicologia e cambiamento in quanto aggiornamento sui temi via via più richiesti nel web.

Altri articoli più approfonditi e arricchiti dalla nostra riflessione su tematiche sociali e cliniche, sono più articolati e profondi: dinamica che maggiormente ci coinvolge. Per questo vi invitavamo a vedere il nostro sito e restare aggiornati sui vari contributi, quelli più lunghi e quelli più brevi. Scriviamo gli articoli che pubblichiamo qui su questo blog con linguaggi e strutture diverse per tenere conto dei ritmi straordinari che il sistema informatico odierno impone.

Ci auguriamo che possano venire apprezzati l’una e l’altra categoria.

Carico mentale femminile: cos’è, come riconoscerlo e alleggerirlo

Carico mentale femminile: cos’è, come riconoscerlo e alleggerirlo

Quante volte ti è capitato di sentirti esausta, anche quando “non hai fatto niente di speciale”?

Di avere la sensazione di essere l’unica a ricordarsi tutto?

Di portare sulle spalle un elenco infinito di responsabilità invisibili?

Il carico mentale femminile non riguarda solo ciò che si fa, ma soprattutto ciò che si pensa, si organizza, si prevede e si tiene sotto controllo ogni giorno. Ed è una fatica reale.

Cos’è il carico mentale?

Il carico mentale è l’insieme delle attività cognitive legate alla gestione della vita quotidiana: pianificare, ricordare, anticipare, organizzare, coordinare.

Non è semplicemente “fare le cose”, ma:

  • ricordarsi le scadenze,
  • sapere cosa manca in casa,
  • organizzare visite, impegni, compleanni,
  • monitorare il benessere emotivo della famiglia,
  • prevedere problemi prima che accadano.

Molte donne descrivono questa esperienza come “avere sempre la testa piena”. Anche nei momenti di pausa, la mente continua a lavorare. Il punto centrale non è solo la quantità di compiti, ma la responsabilità costante di doverli tenere insieme.

Perché colpisce soprattutto le donne?

Il carico mentale ha radici culturali e relazionali profonde. Anche nelle coppie moderne, spesso la gestione invisibile della vita familiare ricade in misura maggiore sulle donne. Non si tratta solo di una questione organizzativa, ma di un mandato implicito: essere quelle che tengono tutto sotto controllo, che si accorgono prima, che si prendono cura.

Questo ruolo interiorizzato può portare a:

  • difficoltà a delegare,
  • senso di colpa quando ci si ferma,
  • convinzione di “dover farcela da sole”,
  • paura di essere giudicate inadeguate.

Col tempo, il carico mentale non condiviso può trasformarsi in irritabilità, risentimento e senso di solitudine emotiva.

I segnali del sovraccarico mentale

Il carico mentale non sempre si manifesta con un crollo evidente. Spesso è progressivo e silenzioso.

Alcuni segnali comuni sono:

  • stanchezza persistente anche dopo il riposo,
  • difficoltà di concentrazione,
  • sensazione di non avere mai davvero tempo per sé,
  • irritabilità o scatti di rabbia, spesso anche nei confronti del partner
  • ansia costante legata alla gestione delle responsabilità,
  • difficoltà a “spegnere” la mente.

Quando il sovraccarico diventa cronico, può influire sull’autostima, sull’equilibrio di coppia e sulla salute psicologica generale.

Il peso invisibile: perché è così difficile parlarne?

Il carico mentale è difficile da spiegare perché non si vede. Chi guarda dall’esterno può pensare: “Ma ti aiuto”, “Non sei sola”, “Non stai facendo tutto tu”. E spesso è vero: non si tratta di assenza di collaborazione, ma di assenza di condivisione della responsabilità mentale.

La differenza è sottile ma fondamentale: si tratta di fare qualcosa quando viene chiesto, oppure pensare a cosa serve prima che venga chiesto. Questa differenza genera una fatica cognitiva costante che non sempre viene riconosciuta.

Come alleggerire il carico mentale

Alleggerire il carico mentale non significa fare meno, ma non farlo da sole.

Alcuni passaggi importanti:

  1. Rendere visibile l’invisibile: mettere per iscritto tutto ciò che viene gestito mentalmente aiuta a oggettivare il peso. Spesso anche chi vive accanto non ne è consapevole.
  2. Distinguere responsabilità da controllo: non tutto ciò che può essere fatto bene solo da te deve essere fatto da te. Delegare significa accettare che le cose possano essere fatte in modo diverso.
  3. Lavorare sul senso di colpa: molte donne faticano a chiedere aiuto perché temono di essere egoiste o poco presenti. Riconoscere questo schema è un passaggio fondamentale.
  4. Creare spazi non funzionali: momenti che non servono a nulla, se non a esistere. Il riposo non è una ricompensa: è una necessità psicologica.
  5. Chiedere supporto professionale: quando il carico mentale si intreccia con dinamiche di coppia, autostima o difficoltà a porre confini, un percorso psicologico può aiutare a ridefinire ruoli e aspettative.

Carico mentale e identità

Per alcune donne, il carico mentale non è solo un peso, ma anche una parte della propria identità: “Sono quella che tiene insieme tutto”.

Metterlo in discussione può generare paura: se non sono io a farlo, chi sono?

Alleggerire non significa perdere valore, ma smettere di misurarlo sulla capacità di sostenere tutto.

Conclusione

Il carico mentale femminile non è fragilità personale, ma il risultato di dinamiche culturali, relazionali e interiorizzate nel tempo. Riconoscerlo è il primo passo. Condividerlo è il secondo. Ridefinirlo è un atto di cura verso se stesse.

Se ti senti costantemente sopraffatta dalle responsabilità invisibili e questo incide sul tuo benessere o sulle tue relazioni, al Centro Psicologia e Cambiamento di Bergamo puoi trovare uno spazio per comprendere e alleggerire questo peso. Da più di trent’anni siamo sul territorio bergamasco con un’equipe di colleghi e colleghe con formazioni ed esperienze diverse. Chiedere aiuto non è una resa: è un modo per prendersi sul serio e prendersi cura anche di sé.

Questo contributo un po’ più strutturato è pubblicato dal nostro Centro psicologia e cambiamento in quanto aggiornamento sui temi via via più richiesti nel web.

Altri articoli più approfonditi e arricchiti dalla nostra riflessione su tematiche sociali e cliniche, sono più articolati e profondi: dinamica che maggiormente ci coinvolge. Per questo vi invitavamo a vedere il nostro sito e restare aggiornati sui vari contributi, quelli più lunghi e quelli più brevi.  Scriviamo gli articoli che pubblichiamo qui su questo blog con linguaggi e strutture diverse per tenere conto dei ritmi straordinari che il sistema informatico odierno impone.

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Dipendenza affettiva: cos’è, i segnali e come uscirne per ritrovare la propria libertà

Dipendenza affettiva: cos’è, i segnali e come uscirne per ritrovare la propria libertà

La dipendenza affettiva è una condizione psicologica che genera grande sofferenza, spesso silenziosa e invisibile dall’esterno. Chi ne è coinvolto può apparire “innamorato”, molto dedito alla relazione o particolarmente sensibile, mentre interiormente vive ansia, paura di perdere l’altro, senso di vuoto e una profonda difficoltà a sentirsi completo senza la relazione.

Negli ultimi anni, diversi contributi clinici e teorici - tra cui quelli sviluppati da Maria Chiara Gritti e dal gruppo - hanno aiutato a portare maggiore chiarezza su questo fenomeno, distinguendolo dall’amore e restituendogli una cornice psicologica più precisa. Parlare di dipendenza affettiva oggi significa parlare di relazioni che non nutrono, ma legano, e di un bisogno emotivo che prende il posto del desiderio.

Dipendenza affettiva: cos’è davvero

Dal punto di vista psicologico, la dipendenza affettiva non coincide con l’intensità dell’amore, ma con la perdita progressiva della propria autonomia emotiva all’interno della relazione. L’altro diventa il centro della propria stabilità, della propria identità e del proprio valore personale.

In una relazione affettivamente dipendente:

  • il benessere emotivo dipende quasi esclusivamente dalla presenza e dalle reazioni dell’altro
  • la separazione, anche solo immaginata, genera angoscia intensa
  • il legame viene mantenuto anche quando provoca sofferenza.

Non si tratta di “amare troppo”, ma di aver bisogno dell’altro per sentirsi vivi, degni, al sicuro. Questo bisogno non nasce nella relazione attuale, ma ha spesso radici più profonde, legate alla storia affettiva e ai primi legami significativi.

Alcuni modelli clinici sottolineano come la dipendenza affettiva sia una modalità relazionale che si struttura nel tempo, spesso come risposta a esperienze di carenza, instabilità o discontinuità emotiva. In questo senso, la relazione diventa un tentativo (inconscio) di colmare un vuoto antico.

I segnali della dipendenza affettiva

Riconoscere i segnali della dipendenza affettiva non è sempre immediato, soprattutto perché molte dinamiche vengono normalizzate o romantizzate. Tuttavia, alcuni indicatori ricorrenti possono aiutare a fare chiarezza.

Tra i segnali più frequenti troviamo:

  • paura intensa dell’abbandono e della solitudine;
  • bisogno costante di rassicurazioni;
  • difficoltà a dire di no o a esprimere bisogni e limiti;
  • idealizzazione dell’altro e svalutazione di sé;
  • tolleranza di comportamenti svalutanti o manipolatori;
  • sensazione di vuoto o perdita di senso quando l’altro si allontana;
  • oscillazioni emotive legate all’andamento della relazione.

Spesso la persona dipendente affettivamente sa, a livello razionale, che la relazione è dolorosa o disfunzionale, ma non riesce a interromperla. Questo genera un conflitto interno profondo, fatto di vergogna, senso di colpa e autosvalutazione.

Perché si entra in una relazione di dipendenza

Una domanda ricorrente è: “Perché continuo a scegliere relazioni che mi fanno stare male?”

La risposta non ha a che fare con debolezza o mancanza di intelligenza emotiva, ma con schemi relazionali interiorizzati.

Molte persone con dipendenza affettiva hanno imparato precocemente (con le figure di attaccamento, ovvero solitamente i genitori) che l’amore:

  • va conquistato
  • può essere instabile
  • richiede sacrificio
  • non è garantito.

In questi casi, il legame affettivo viene vissuto come qualcosa da proteggere a ogni costo. La relazione diventa prioritaria rispetto a se stessi, e il timore di perdere l’altro è spesso più forte della sofferenza vissuta nel legame.

Alcuni contributi clinici hanno messo in luce come la dipendenza affettiva sia spesso connessa a stili di attaccamento insicuri, in cui il bisogno di vicinanza convive con la paura della perdita. La relazione, allora, non è uno spazio di incontro, ma un luogo di regolazione emotiva.

Dipendenza affettiva e relazioni tossiche

Non tutte le relazioni difficili sono relazioni tossiche, ma la dipendenza affettiva può rendere più vulnerabili a dinamiche relazionali sbilanciate o manipolative.

Quando una persona dipendente affettivamente entra in relazione con partner emotivamente indisponibili, controllanti o ambivalenti, il legame tende a rinforzarsi anziché spezzarsi. L’alternanza tra vicinanza e distanza, gratificazione e rifiuto, crea un meccanismo (retaggio del passato) che aumenta l’attaccamento invece di ridurlo.

In questi casi, uscire da una relazione tossica non è solo una scelta razionale, ma un processo emotivo complesso, che richiede tempo, supporto e spesso un accompagnamento psicologico.

Come uscire dalla dipendenza affettiva

Uscire dalla dipendenza affettiva non significa semplicemente interrompere una relazione. Significa ricostruire un rapporto con se stessi.

Alcuni passaggi fondamentali del percorso sono:

  • riconoscere il proprio funzionamento affettivo senza giudicarsi;
  • comprendere l’origine del bisogno di dipendenza;
  • lavorare sull’autostima e sulla regolazione emotiva;
  • imparare a tollerare la solitudine senza viverla come annientamento;
  • sviluppare confini emotivi più chiari;
  • trasformare il bisogno in scelta.

Il cambiamento non è immediato e non segue una linea retta. Ci possono essere ricadute, ripensamenti, momenti di ambivalenza. Tutto questo fa parte del processo.

Un percorso psicologico permette di dare senso a ciò che accade, di ridurre la colpa e di costruire gradualmente una maggiore libertà emotiva.

Ritrovare la propria libertà affettiva

La libertà affettiva non è l’assenza di legami, ma la possibilità di stare in relazione senza perdersi.

Significa poter desiderare l’altro senza averne bisogno per esistere, poter scegliere senza paura, poter restare senza annullarsi.

La dipendenza affettiva non definisce una persona: è un modo di stare in relazione che può essere compreso, trasformato e superato.

Conclusione

Parlare di dipendenza affettiva significa parlare di sofferenza, ma anche di possibilità di cambiamento.

Riconoscere il problema è spesso il primo atto di libertà.

Se ti riconosci in queste dinamiche o senti che una relazione ti sta togliendo spazio, energia e identità, al Centro Psicologia e Cambiamento di Bergamo puoi trovare un luogo sicuro per comprendere e trasformare questi vissuti.

Uscire dalla dipendenza affettiva è un percorso possibile, quando non lo si affronta da soli.

Autostima e amore di sé: costruire le fondamenta per relazioni sane

Autostima e amore di sé: costruire le fondamenta per relazioni sane

Autostima: molto più di “sentirsi sicuri”

Quando si parla di autostima, spesso si pensa alla sicurezza in sé o alla capacità di mostrarsi forti. In realtà, dal punto di vista psicologico, l’autostima riguarda il valore che attribuiamo a noi stessi anche nei momenti di fragilità.

Avere una buona autostima non significa piacersi sempre, ma riuscire a mantenere un senso di dignità personale anche quando si sbaglia, si fallisce o ci si sente inadeguati.

È il modo in cui ci parliamo interiormente, il tipo di giudizio che rivolgiamo a noi stessi, la tolleranza che abbiamo verso i nostri limiti.

Chi fatica con l’autostima spesso non si sente “abbastanza”: abbastanza interessante, abbastanza capace, abbastanza degno d’amore. Questo vissuto interno tende poi a riflettersi nelle relazioni.

Amore di sé: non egoismo, ma base emotiva

L’amore di sé viene talvolta confuso con il narcisismo o con un atteggiamento egoistico. In realtà, amare se stessi significa riconoscere i propri bisogni emotivi e prendersene cura, senza delegare questa responsabilità esclusivamente agli altri.

Una relazione sana con se stessi si costruisce quando:

  • smettiamo di usare l’autocritica come forma di motivazione;
  • impariamo a porre confini senza sentirci in colpa;
  • accettiamo di non dover dimostrare continuamente il nostro valore.

L’amore di sé non è un punto di arrivo, ma una pratica quotidiana fatta di scelte piccole ma coerenti.

Autostima e relazioni: il legame invisibile

Le difficoltà relazionali raramente nascono solo dall’altro. Spesso affondano le radici nella relazione che abbiamo con noi stessi.

Una bassa autostima può portare a:

  • paura dell’abbandono;
  • bisogno costante di conferme;
  • difficoltà a dire di no;
  • tolleranza di dinamiche poco rispettose.

Al contrario, una relazione sana con se stessi permette di entrare in relazione non per bisogno, ma per scelta.

Quando il proprio valore non dipende esclusivamente dallo sguardo dell’altro, le relazioni diventano più libere, equilibrate e autentiche.

Come aumentare l’autostima in modo realistico

Se ti stai chiedendo come aumentare l’autostima, è importante chiarire un punto: non si tratta di “convincersi” di valere, ma di costruire esperienze emotive correttive.

Questo può significare:

  • riconoscere e mettere in discussione le convinzioni svalutanti su di sé;
  • imparare a trattarsi con maggiore rispetto nei momenti di difficoltà;
  • osservare i propri schemi relazionali senza colpevolizzarsi;
  • accettare che il valore personale non si misura con la performance.

L’autostima cresce quando smettiamo di lottare contro ciò che siamo e iniziamo a comprenderlo.

Conclusione: la relazione più lunga della tua vita

La relazione con se stessi è la più duratura che avremo. Costruirla su basi solide non significa diventare invulnerabili, ma più stabili emotivamente.

Da lì, anche le relazioni con gli altri possono trasformarsi.

Nel nostro Centro Psicologia e Cambiamento di Bergamo possiamo accompagnarvi in questo percorso. Vi ricordiamo che il Centro  è sul territorio bergamasco da oltre 30 anni e ha al suo interno un’equipe di psicologi e psicoterapeuti con formazioni differenti cosicché specifiche problematiche possano essere accolte e affrontate con approcci tra loro simili e/ o differenti. Infatti, il nostro setting clinico accoglie richieste di terapia individuale per le varie età,  per la  coppia, per le famiglie e di gruppo.

Prendersi cura di sé è spesso il primo passo per stare meglio anche con gli altri.

Questo contributo un po’ più strutturato è pubblicato dal nostro Centro psicologia e cambiamento in quanto aggiornamento sui temi via via più richiesti nel web.

Altri articoli più approfonditi e arricchiti dalla nostra riflessione su tematiche sociali e cliniche, sono più articolati e profondi: dinamica che maggiormente ci coinvolge. Per questo vi invitavamo a vedere il nostro sito e restare aggiornati sui vari contributi, quelli più lunghi e quelli più brevi. Scriviamo gli articoli che pubblichiamo qui su questo blog con linguaggi e strutture diverse per tenere conto dei ritmi straordinari che il sistema informatico odierno impone.

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autismo-alto-funzionamento

Autismo ad Alto Funzionamento: una diversa modalità di sentire e comprendere il mondo

Nel nostro lavoro clinico ci confrontiamo sempre più spesso con persone adulte e adolescenti che ricevono diagnosi di disturbo dello spettro autistico (ASD) in forme lievi o non immediatamente evidenti, spesso dopo anni in cui hanno vissuto esperienze di fatica, esclusione o incomprensione. In particolare, ci riferiamo all’autismo ad alto funzionamento, una condizione che può sfuggire allo sguardo clinico o sociale, ma che ha un impatto profondo sulla vita della persona.

 

Cos'è l'autismo ad alto funzionamento?

Con "alto funzionamento" si fa riferimento a persone nello spettro autistico che:

  • Hanno un'intelligenza nella media o superiore,
  • Parlano fluentemente e comprendono il linguaggio verbale,
  • Riescono ad affrontare molte attività quotidiane in modo autonomo.

Nonostante queste abilità, il termine può risultare fuorviante: il "funzionamento" elevato non significa assenza di difficoltà, ma piuttosto presenza di risorse cognitive che possono coesistere con una grande vulnerabilità emotiva, sensoriale e relazionale.

Le caratteristiche principali

Le persone con autismo ad alto funzionamento possono presentare:

  • Difficoltà nelle relazioni sociali: comprendere segnali non verbali, gestire il sottinteso o adattarsi a dinamiche di gruppo può risultare molto faticoso;
  • Interessi intensi e focalizzati: spesso coltivati con grande profondità e competenza, ma a volte vissuti come "troppo" dagli altri;
  • Rigidità cognitiva e comportamentale: la necessità di routine prevedibili può aiutare a gestire l’ansia, ma rende difficile affrontare cambiamenti improvvisi;
  • Ipersensibilità o iposensibilità sensoriale: suoni, luci, odori o contatti corporei possono essere vissuti come invasivi o, al contrario, poco percepiti;
  • Pensiero logico-literalista: una visione del mondo molto razionale, coerente e diretta, che può scontrarsi con la complessità delle dinamiche sociali.

Molti adulti con questa condizione sono altamente capaci e in grado di sviluppare percorsi di vita piena e realizzata, ma spesso a prezzo di una grande fatica interna, invisibile dall’esterno.

 

Dal DSM-IV alla nuova classificazione: che fine ha fatto la Sindrome di Asperger?

Fino al 2013, con la pubblicazione del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), condizioni come la Sindrome di Asperger, il Disturbo pervasivo dello sviluppo non altrimenti specificato (PDD-NOS) e l’autismo infantile erano considerate diagnosi distinte.
Con l’attuale classificazione, tutte queste condizioni sono state riunificate sotto un’unica etichetta diagnostica: Disturbo dello Spettro Autistico (ASD), con diversi livelli di supporto necessari (da 1 a 3), a seconda dell’impatto sulla vita quotidiana.

Il motivo principale di questo cambiamento è stato il riconoscimento che le forme di autismo non sono nettamente separate tra loro, ma fanno parte di un continuum, che può variare per intensità, profilo cognitivo, linguaggio, comportamento e bisogni di supporto.

Anche se il termine “Sindrome di Asperger” è ancora molto usato nel linguaggio comune, oggi non è più una diagnosi ufficiale. Tuttavia, molte persone che hanno ricevuto questa etichetta in passato continuano a identificarsi con essa, trovandola più rappresentativa del proprio vissuto.

 

Vivere "tra due mondi"

Molte persone con autismo ad alto funzionamento raccontano di vivere come tra due mondi: da un lato riescono a frequentare la scuola, lavorare, comunicare, e a volte eccellere in ambiti specifici; dall’altro, faticano profondamente a comprendere le dinamiche relazionali, si sentono fuori posto o fraintesi, e sperimentano un senso cronico di inadeguatezza.
Questo scarto tra il funzionamento apparente e il vissuto interno può generare stress, ansia sociale, senso di isolamento o, nei casi più gravi, esaurimento psicofisico (autistic burnout). Il mondo "neurotipico" può apparire caotico, imprevedibile e poco sensibile a esigenze che non si vedono ma si sentono con forza. Proprio per questo, è importante non fermarsi a ciò che "funziona" in superficie, ma ascoltare in profondità il modo in cui quella persona vive la sua esperienza, con empatia e rispetto. Solo così è possibile costruire relazioni di aiuto efficaci e realmente trasformative.

Il costo del "sembrare normali": il masking

Molte persone con autismo ad alto funzionamento imparano fin da piccoli a mascherare i propri tratti autistici per adattarsi alle aspettative sociali. Questo fenomeno, noto come masking, può includere:

  • forzarsi a mantenere il contatto visivo,
  • imitare espressioni facciali e gesti degli altri,
  • studiare a memoria le "regole sociali",
  • nascondere comportamenti auto-regolatori.

Anche se può aiutare temporaneamente ad “apparire neurotipici”, il masking ha spesso un costo emotivo molto alto: ansia cronica, perdita del senso di sé, difficoltà nel riconoscere e comunicare i propri bisogni.
Nella stanza di terapia, quando una persona riesce finalmente a smettere di mascherarsi, può iniziare un percorso autentico di accettazione, costruzione dell'identità e benessere.

 

La relazione terapeutica come spazio sicuro

Per molte persone con autismo ad alto funzionamento, costruire una relazione autentica può essere un'esperienza complessa. L’interazione sociale è spesso vissuta come imprevedibile, faticosa o carica di incomprensioni. In questo contesto, la relazione terapeutica può diventare uno spazio prezioso: strutturato ma flessibile, accogliente ma non invadente, dove il tempo e la modalità dell’incontro sono pensati con rispetto per il modo in cui la persona percepisce e si orienta nel mondo.

Nel lavoro clinico, non si parte dal “correggere” comportamenti ritenuti non conformi, ma dal comprendere la logica interna della persona, i suoi bisogni sensoriali, comunicativi, affettivi. La terapia può aiutare a:

  • sviluppare maggiore consapevolezza di sé,
  • riconoscere e dare nome alle emozioni,
  • imparare a comunicare i propri limiti e bisogni,
  • esplorare strategie per affrontare la complessità delle relazioni.

In molti casi, il solo fatto di poter essere sé stessi senza dover mascherare nulla è già un'esperienza nuova, potente, trasformativa.
Nel nostro centro, accogliere queste differenze significa creare uno spazio relazionale non giudicante, in cui le peculiarità non sono ostacoli da eliminare, ma parti da conoscere e integrare.

 

Una diagnosi che dà senso, non etichette

Ricevere una diagnosi in età adolescenziale o adulta, dopo anni di difficoltà non comprese, può essere un momento di grande sollievo. Non per "etichettarsi", ma per dare senso al proprio modo di essere, alla propria sensibilità, ai propri bisogni.
Nel nostro lavoro al Centro Psicologia e Cambiamento, accompagniamo spesso questo percorso con uno sguardo accogliente e non patologizzante, dove la diagnosi diventa un punto di partenza per costruire strumenti di consapevolezza e autoregolazione, piuttosto che un punto di arrivo.

 

Oltre le difficoltà: il valore etico del pensiero autistico

Una delle aree meno esplorate – ma straordinariamente affascinanti – dell’autismo ad alto funzionamento è il funzionamento morale.
Molte persone nello spettro mostrano un senso della giustizia molto forte, un’adesione profonda ai propri valori e una coerenza etica che può diventare una forza trainante nel loro impegno nel mondo. Questo non deriva da una rigidità morale, ma da una forma di pensiero che spesso tende alla chiarezza, alla coerenza interna e a una forte distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, al di là delle convenzioni sociali.

In alcuni casi, questo funzionamento può portare la persona a prendere posizione con coraggio, anche quando ciò comporta difficoltà o isolamento. Ne sono esempio alcune figure pubbliche che hanno condiviso la loro diagnosi, come Greta Thunberg, la cui determinazione e coerenza nel difendere i propri ideali riflettono questo tratto tipico del pensiero autistico.

 

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