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Autismo ad Alto Funzionamento: una diversa modalità di sentire e comprendere il mondo

Nel nostro lavoro clinico ci confrontiamo sempre più spesso con persone adulte e adolescenti che ricevono diagnosi di disturbo dello spettro autistico (ASD) in forme lievi o non immediatamente evidenti, spesso dopo anni in cui hanno vissuto esperienze di fatica, esclusione o incomprensione. In particolare, ci riferiamo all’autismo ad alto funzionamento, una condizione che può sfuggire allo sguardo clinico o sociale, ma che ha un impatto profondo sulla vita della persona.

 

Cos'è l'autismo ad alto funzionamento?

Con "alto funzionamento" si fa riferimento a persone nello spettro autistico che:

  • Hanno un'intelligenza nella media o superiore,
  • Parlano fluentemente e comprendono il linguaggio verbale,
  • Riescono ad affrontare molte attività quotidiane in modo autonomo.

Nonostante queste abilità, il termine può risultare fuorviante: il "funzionamento" elevato non significa assenza di difficoltà, ma piuttosto presenza di risorse cognitive che possono coesistere con una grande vulnerabilità emotiva, sensoriale e relazionale.

Le caratteristiche principali

Le persone con autismo ad alto funzionamento possono presentare:

  • Difficoltà nelle relazioni sociali: comprendere segnali non verbali, gestire il sottinteso o adattarsi a dinamiche di gruppo può risultare molto faticoso;
  • Interessi intensi e focalizzati: spesso coltivati con grande profondità e competenza, ma a volte vissuti come "troppo" dagli altri;
  • Rigidità cognitiva e comportamentale: la necessità di routine prevedibili può aiutare a gestire l’ansia, ma rende difficile affrontare cambiamenti improvvisi;
  • Ipersensibilità o iposensibilità sensoriale: suoni, luci, odori o contatti corporei possono essere vissuti come invasivi o, al contrario, poco percepiti;
  • Pensiero logico-literalista: una visione del mondo molto razionale, coerente e diretta, che può scontrarsi con la complessità delle dinamiche sociali.

Molti adulti con questa condizione sono altamente capaci e in grado di sviluppare percorsi di vita piena e realizzata, ma spesso a prezzo di una grande fatica interna, invisibile dall’esterno.

 

Dal DSM-IV alla nuova classificazione: che fine ha fatto la Sindrome di Asperger?

Fino al 2013, con la pubblicazione del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), condizioni come la Sindrome di Asperger, il Disturbo pervasivo dello sviluppo non altrimenti specificato (PDD-NOS) e l’autismo infantile erano considerate diagnosi distinte.
Con l’attuale classificazione, tutte queste condizioni sono state riunificate sotto un’unica etichetta diagnostica: Disturbo dello Spettro Autistico (ASD), con diversi livelli di supporto necessari (da 1 a 3), a seconda dell’impatto sulla vita quotidiana.

Il motivo principale di questo cambiamento è stato il riconoscimento che le forme di autismo non sono nettamente separate tra loro, ma fanno parte di un continuum, che può variare per intensità, profilo cognitivo, linguaggio, comportamento e bisogni di supporto.

Anche se il termine “Sindrome di Asperger” è ancora molto usato nel linguaggio comune, oggi non è più una diagnosi ufficiale. Tuttavia, molte persone che hanno ricevuto questa etichetta in passato continuano a identificarsi con essa, trovandola più rappresentativa del proprio vissuto.

 

Vivere "tra due mondi"

Molte persone con autismo ad alto funzionamento raccontano di vivere come tra due mondi: da un lato riescono a frequentare la scuola, lavorare, comunicare, e a volte eccellere in ambiti specifici; dall’altro, faticano profondamente a comprendere le dinamiche relazionali, si sentono fuori posto o fraintesi, e sperimentano un senso cronico di inadeguatezza.
Questo scarto tra il funzionamento apparente e il vissuto interno può generare stress, ansia sociale, senso di isolamento o, nei casi più gravi, esaurimento psicofisico (autistic burnout). Il mondo "neurotipico" può apparire caotico, imprevedibile e poco sensibile a esigenze che non si vedono ma si sentono con forza. Proprio per questo, è importante non fermarsi a ciò che "funziona" in superficie, ma ascoltare in profondità il modo in cui quella persona vive la sua esperienza, con empatia e rispetto. Solo così è possibile costruire relazioni di aiuto efficaci e realmente trasformative.

Il costo del "sembrare normali": il masking

Molte persone con autismo ad alto funzionamento imparano fin da piccoli a mascherare i propri tratti autistici per adattarsi alle aspettative sociali. Questo fenomeno, noto come masking, può includere:

  • forzarsi a mantenere il contatto visivo,
  • imitare espressioni facciali e gesti degli altri,
  • studiare a memoria le "regole sociali",
  • nascondere comportamenti auto-regolatori.

Anche se può aiutare temporaneamente ad “apparire neurotipici”, il masking ha spesso un costo emotivo molto alto: ansia cronica, perdita del senso di sé, difficoltà nel riconoscere e comunicare i propri bisogni.
Nella stanza di terapia, quando una persona riesce finalmente a smettere di mascherarsi, può iniziare un percorso autentico di accettazione, costruzione dell'identità e benessere.

 

La relazione terapeutica come spazio sicuro

Per molte persone con autismo ad alto funzionamento, costruire una relazione autentica può essere un'esperienza complessa. L’interazione sociale è spesso vissuta come imprevedibile, faticosa o carica di incomprensioni. In questo contesto, la relazione terapeutica può diventare uno spazio prezioso: strutturato ma flessibile, accogliente ma non invadente, dove il tempo e la modalità dell’incontro sono pensati con rispetto per il modo in cui la persona percepisce e si orienta nel mondo.

Nel lavoro clinico, non si parte dal “correggere” comportamenti ritenuti non conformi, ma dal comprendere la logica interna della persona, i suoi bisogni sensoriali, comunicativi, affettivi. La terapia può aiutare a:

  • sviluppare maggiore consapevolezza di sé,
  • riconoscere e dare nome alle emozioni,
  • imparare a comunicare i propri limiti e bisogni,
  • esplorare strategie per affrontare la complessità delle relazioni.

In molti casi, il solo fatto di poter essere sé stessi senza dover mascherare nulla è già un'esperienza nuova, potente, trasformativa.
Nel nostro centro, accogliere queste differenze significa creare uno spazio relazionale non giudicante, in cui le peculiarità non sono ostacoli da eliminare, ma parti da conoscere e integrare.

 

Una diagnosi che dà senso, non etichette

Ricevere una diagnosi in età adolescenziale o adulta, dopo anni di difficoltà non comprese, può essere un momento di grande sollievo. Non per "etichettarsi", ma per dare senso al proprio modo di essere, alla propria sensibilità, ai propri bisogni.
Nel nostro lavoro al Centro Psicologia e Cambiamento, accompagniamo spesso questo percorso con uno sguardo accogliente e non patologizzante, dove la diagnosi diventa un punto di partenza per costruire strumenti di consapevolezza e autoregolazione, piuttosto che un punto di arrivo.

 

Oltre le difficoltà: il valore etico del pensiero autistico

Una delle aree meno esplorate – ma straordinariamente affascinanti – dell’autismo ad alto funzionamento è il funzionamento morale.
Molte persone nello spettro mostrano un senso della giustizia molto forte, un’adesione profonda ai propri valori e una coerenza etica che può diventare una forza trainante nel loro impegno nel mondo. Questo non deriva da una rigidità morale, ma da una forma di pensiero che spesso tende alla chiarezza, alla coerenza interna e a una forte distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, al di là delle convenzioni sociali.

In alcuni casi, questo funzionamento può portare la persona a prendere posizione con coraggio, anche quando ciò comporta difficoltà o isolamento. Ne sono esempio alcune figure pubbliche che hanno condiviso la loro diagnosi, come Greta Thunberg, la cui determinazione e coerenza nel difendere i propri ideali riflettono questo tratto tipico del pensiero autistico.

 

Pasqua Teora & Gaia Villa

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